Una scatola magica.
Ci piace chiamarla così questa pagina del sito: parole in libertà è una sezione aperta per ricevere le vostre opinioni, i vostri preziosi pensieri e ogni altra cosa possa passarvi per la testa. E’ uno spazio libero che può accogliere le vostre parole… è una parete bianca sulla quale poter scrivere la vostra frase preferita o comunicarci la vostra vicinanza ed uno spazio a nostra disposizione per potervi comunicare i nostri pensieri.
E’ sufficiente mandarci una mail a info@spingilavita.it e noi pubblicheremo su questa pagina le vostre parole.
Inseguire i sogni
La mia “normalità”
Lettera di una soccorritrice
Avviso ai normodotati e ai disabili
Ciao Mario
Il gruppo
Certamente vorrei che tante altre persone, con la mia stessa patologia o simile, avessero la possibilità di guidare un’auto, di vivere da soli in casa, di avere un lavoro e perché no, coltivare le proprie passioni. Per fare tutto ciò serve che il nostro bel Paese guardi la persona diversamente abile con occhi diversi, come persona che può produrre e dare alla società, dall’altro lato noi disabili dobbiamo avere la volontà e il coraggio di cercare l’indipendenza, inseguendo i nostri sogni.
Ero in piedi.
“E qui ti puoi sbagliare anche a respirare”, pensavo.
Sono tutti giovani, a parte un terzetto di veterani e le loro lesioni al midollo sono più o meno tutte conseguenza di incidenti stradali.
Ci sono anche due ragazze, bellissime.
Un idiota avrebbe pensato, nel proprio cervello ipocrita affogato di merda, che in fondo è un peccato.
Così belle…
Sono un idiota. E il mio cervello ipocrita deve esserne immerso, in quel pozzo nero di cui parlavo prima.
“Non si deve provare compassione”, mi sono detto… “Sono qui per divertirsi, falli sentire normali…”
L’ho già detto che sono un idiota, vero?
E io che mi sono vantato così tanto di avere un braccio più corto dell’altro, un polso pieno di titanio, la testa aperta come l’uovo di uno struzzo fatto cadere dal terrazzo, la gamba destra praticamente a pezzi, un acufene scassacazzo che fischia un interminabile fallo in area da quella mazzata assurda in via Reginaldo Giuliani, il 27 aprile 2007…
Io che mi vedo crollare il mondo addosso quando mi si rompe il raggio della bicicletta.
Io sono anormale.
Nel parco chiuso, intanto, accendono le moto delle prove libere e una specie di nube azzurra si solleva verso un cielo caldissimo e ancora più azzurro. Uno di loro si avvicina alla rete del Mugellino e le guarda.
Ci scommetterei qualsiasi cosa: lui è un motociclista.
Lorenzo è sulla sedia da anni, ma è un pilota provetto.
Ride sempre e quando gli chiedo consigli su come parlare lui risponde chiaro che quelli che sono in pista, oggi, sono normali.
“Chiamali zoppi, chiamali tronchi, chiamali come cazzo ti pare, ma sono qui per stare insieme, per stare con noi e vogliono imparare e divertirsi. L’importante è come li tratti, non come li chiami…”
Sono sulla Megane RS, 270 cavalli: Valentina mi dice che deve salire un ragazzo.
“Ok, fallo salire”.
Arriva alla portiera, parcheggia la sedia di 45 gradi e mette i freni. Allunga la mano destra e afferra un lembo dei jeans, con cui solleva la tibia usandoli come un martinetto. Ci mette sotto la mano sinistra. L’arto si sposta e si appoggia sul pianale dell’auto. Poi tocca all’altra gamba. I piedi non stanno subito fermi, ma li sistema. Infine con la mano afferra la maniglia interna della macchina e con un solo atletico gesto si mette in posizione.
Ho la bocca aperta e lui mi guarda come se fossi un idiota (l’ho già detto che lo sono?): tira la cintura e la allaccia, poi solleva uno splendido paio di Oakley e vedo due occhi decisi.
Il suo sguardo è come lo schiocco delle dita di un illusionista che sveglia la sua cavia dal profondo sonno ipnotico in cui l’aveva poco prima fatta sprofondare.
Gli occhi mi ricordano il sergente William James, il protagonista di “The Hurt Locker”.
Lo avete visto? E’ la storia di un artificiere in Iraq. La locuzione hurt locker, nel gergo militare americano, indica due cose: un luogo a rischio o l’essere feriti in un’esplosione.
L’incidente stradale, quando arrivi, sembra proprio un’esplosione. Ce ne sono alcuni che mi ricordano il mercato di Sarajevo, il lungomare di Tel Aviv, Piazza Fontana, la stazione di Bologna o i Georgofili.
“Sei un militare?”
Lui mi guarda deciso e annuisce soddisfatto. “Parà, della Folgore”.
“Adesso ti faccio ballare”, faccio io.
“Sono qui per questo”, risponde, e rimette gli Oakley a posto, incastrandoli in un naso perfetto.
Me lo immagino in mimetica, mentre pattuglia uno scenario di guerra.
Il fumo delle gomme entra dal finestrino semi aperto e invade l’abitacolo, mentre intraverso quel mostro che va anche un po’ per i cazzi suoi.
Non ho più gomme e quando mi fermo le sue gambe si sono spostate parecchio.
Le ricompone e mi batte un fragoroso cinque.
Sono come lui, ora.
Sono normale.
Intanto Lorenzo si è messo la tuta e il casco, ha incastrato i suoi piedi sui pedali del kart, saldati, e si mette a girare.
Con lui non ci provo nemmeno.
“Facile con quelli come me, gli dico, prova coi piloti veri…””
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Quante volte in una giornata mi capita di incontrare qualcuno, quante volte mi capita di soccorrere qualcuno… ma restano sempre ricordi confusi. Invece di quella tarda mattinata, e di te, io ricordo ogni particolare. Ricordo l’ora precisa in cui il destino ha voluto che in qualche modo le nostre vite si incrociassero. L’ora in cui è arrivata la chiamata, i nostri commenti mentre sfrecciavamo a sirena verso quella strada. Ho un’immagine precisa di te su quella barella, del volto di un tuo amico, del medico del 118 e di me che ti tengo la mano. Della tua mamma…
Andrea, il tuo sorriso, la tua vitalità, il tuo impegnarti in sport pazzi sono così trascinanti, che mi son rimasti impressi. Un’energia e una solarità esorbitanti che a volte mi viene da pensare che quando Dio ha distribuito la voglia di vivere ai suoi figli, abbia pensato ad una “razione speciale” per te, perché già sapeva quanto un giorno questa sarebbe stata utile per aiutare chiunque avesse avuto la fortuna di conoscerti. Questa fortuna io l’ho avuta, e non ho intenzione di sprecare questo dono, anche se questo significa andare contro alle “regole” del buon volontario, che ci imporrebbero di non prenderci a cuore nessuno dei pazienti; spesso veniamo accusati di cinismo, e forse è
vero, talvolta siamo cinici, purtroppo è l’unica difesa che possiamo indossare per continuare a fare il nostro servizio. Ma con una persona come te, le difese non possono fare altro che crollare.
So perfettamente che anche tutti questi “discorsi buoni” fanno terribilmente arrabbiare e che vorremo solo una realtà diversa… e sai bene perché te lo dico.
E’ stata un’emozione enorme averti incontrato di nuovo, per la seconda volta quella sera, lì ho capito di non aver mai dimenticato,un’emozione unica avere la possibilità di partecipare alla serata in tuo onore a dicembre, una delle cose più sagge che abbia mai fatto in vita mia, in barba a tutte le regole! Non ci sono regole davanti alle emozioni, l’importante è non porsi mai limiti… e in
questo, tu, hai solo da insegnare; quella sera avevo una paura terribile.. più volte durante lo spettacolo ho pensato ora me ne vado. Poi mi conosco mi sarei mangiata le mani… e venire a salutarti a stringerti la mano è stato importante.
Grande forza, vitalità si percepisce benissimo nelle tue pagine di facebook e nelle tue foto. E ancora più importante è stato sabato pomeriggio allo stand “Spingi la Vita” vederti sorridere, parlarti… scherzare.
Credo che questa nuova associazione sia importante per trasmettere a tanti giovani e meno giovani che si trovano a combattere contro una realtà non scelta che si può continuare a vivere e a sentire l’adrenalina nelle vene anche dopo una brutta esperienza.
Voglio concludere semplicemente dicendo che tu Andrea sei l’esempio lampante che si può continuare a “correre” lungo la strada di ogni giorno, con il cuore e con gli occhi illuminati da un magnifico sorriso anche se non lo si può fare con le gambe.”
Paola
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Cari amici, è trascorso un mese dalla fulminea perdita di Mario di cui ancora forse non comprendiamo le conseguenze fino in fondo.
Per alcuni di noi, ricordi e immagini di periodi trascorsi insieme sono ancora vivi, per altri, che lo hanno conosciuto dopo, il ricordo è legato agli incontri per la nascita dell’Associazione, incontri in cui Mario, come sempre, ha dato il suo generoso contributo.
Il vostro atto di devolvere all’Associazione quanto raccolto in memoria di Mario non solo è un gesto degno di lui ma è testimone del vostro altruismo e della vostra generosità. Non potete essere che orgogliosi e onorati di un marito e di un padre che ha saputo, anche con il suo esempio, infondere principi così alti e meritevoli.
Quindi a voi ed a lui un caloroso, affettuoso e commosso grazie.”
Associazione “Spingi la vita”
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Quel mondo che Andrea, suo malgrado, ed i suoi genitori ed amici hanno scoperchiato, come una pentola, scoprendo il calore dell’acqua che bolle e l’odore del vapore che produce.
Sul vocabolario tutto questo, e molto di più, che abbiamo vissuto per questa circostanza, si chiama solidarietà. Come tutte le parole, ovviamente, anche questa ha un senso letterale, grammaticale, sintassico; ma è il sentimento che esprime chi ci scalda, come l’acqua della pentola, che ci entusiasma, anche se troppo spesso la usiamo per accompagnare gesti e atti che nascono da grandi sciagure, drammi profondi, che ti attanagliano la gola e ti fanno luccicare gli occhi…
Ma è di Andrea che dobbiamo parlare e, infondo, dell’impresa che da lui e con lui (ma non solo per lui) è stata portata avanti.
La ritengo un esempio di volontà, determinazione e fiducia e penso che, se tutti coloro che purtroppo si trovano a vivere un’esperienza simile, avessero la stessa volontà, determinazione e fiducia, molti di questi sfortunati nostri simili vivrebbero meglio, spiritualmente e anche fisicamente, la loro mutata condizione di vita.
Penso a chi si arrende, a chi si chiude in se stesso, a chi perde gli amici… a chi non ha più voglia di vivere!
“Certo che per te è facile dire così, non è mica toccato a te!”: non è solo vero, è assolutamente verissimo ed è più che giusta questa obiezione.
Ma io, per quanto poco, ho vissuto una storia diversa; sì è vero non da protagonista e non potrei dire cosa avrei fatto io, forse peggio di tutti gli altri. Ma io, dicevo, ho respirato l’aria intorno ad Andrea, i suoi sorrisi, il suo parlare piano e ridere con gli amici, il suo cocciuto voler fare da se.
Questa sua forza forse, anzi no, senz’altro è stata il vero motore di questa iniziativa, motore che ha scosso anche la mamma Anna, il babbo Gianni ed il fratello Matteo, che non si sono adagiati nella malinconia del dolore e nella paura di un futuro difficile; anche loro spinti da questa forza di volontà hanno saputo cogliere quella scintilla che ha acceso il fuoco di tutti noi e che ha fatto “scaldare l’acqua”, la parte migliore di ciascuno, che abbiamo nella nostra “pentola” che infondo non è altro che il nostro cuore, che ci ricordiamo troppo spesso di avere solo quando ci troviamo davanti a fatti gravi, che ti colpiscono o che ti sono vicini.
Ho scritto queste righe di getto, senza un perchè e senza uno scopo preciso, le metto lì in attesa di maturare altri pensieri. Ciao Andrea.”
Alberghini Maltoni Marco
